Alex Webb

Tra ordine e caos, messinscena e reportage.

Alex Webb nasce a San Francisco nel 1952. Viene introdotto alla fotografia dal padre e vi si dedica per tutta la crescita. Studia Storia e Letteratura presso la Harvard University nel 1974. Nello stesso anno collabora con Magnum Photos e solo due anni dopo ne diventa membro . Dopo aver fotografato, in situazioni di confine e paesi tropicali come l’ America Latina e i Caraibi, in b/w con una una Leica M,  nel ’78 decide di scattare a colori. Nel 1986  riceve una borsa di studio dalla New York Art Foundation of the Arts. È autore di 16 libri , tra cui Istanbul: city of a Hundred Names  (2007), Violet Isle: a due of photograph from Cuba (2009), La sofferenza della luce (2011), La Calle (2016) ispirato dal premio Nobel per la Letteratura Octavio Paz, Slant Rhynes (2017), Blooklyn: the city within (2019). Le sue opere sono esposte nelle gallerie e nei musei di tutto il mondo.

 

MEXICO. Matamoros. 1978. Cemetary.

Apparentemente un immagine semplice, possiamo notare le influenze di Bresson  nel bianco e nero e l’alienazione di Friedlander., in primo piano un ragazzino messicano guarda sulla sinistra del fotografo, dietro di lui delle tombe, delle ghirlande, un immobile in legno in declino, sulla linea dell’orizzonte si staglia un cavallo che porta due persone. Una visione decadente, possiamo percepire un contrasto tra il congelato dinamismo del cavallo e la scena sottostante.Uno scatto complesso che si colloca a un passo dalla saturazione dei soggetti e ci invita a viaggiare con la fantasia per tentare invano di ricostruire una storia. La scena rappresentata è piena di dettagli, ma il caos è solo sfiorato.

 I colori sono azione e sofferenza della luce

USA. San Ysidro, California. 1979. Mexicans arrested while trying to cross the border to United States.

“ Nel ’79 ero a San Ysidro in California, a sud di San Diego. E’  l’ultimo pezzo di terra Americana prima del Messico. Stavo lavorando ad un progetto sul ‘lungo confine’ e quel giorno ero su una macchina della polizia di frontiera. Quando ho visto dal finestrino l’inizio di questa scena ho cominciato a gridare che fermassero la macchina. Sono corso nel campo in mezzo ai fiori e ho scattato. È stato un caso

Webb decide di usare la pellicola invertibile e le sue immagini prendono colore, inizialmente sono delicate fino ad assumere dei netti contrasti. Un istante immortalato nel tempo, fermo, statico. Il primo sguardo riempie di serenità gli occhi di chi la osserva, un paesaggio pittoresco, nostalgico , il morbido cromatismo persuade i sensi: il giallo dei fiori in primo piano si incontra col chiarore del cielo dividendo simmetricamente la scena, le sottili sfumature delle nuvole sembrano essere prole del pennello di Constable, le quali mutano il loro stato scurendosi da sinistra verso destra incontrando la sorte dei soggetti. In secondo piano un uomo e una donna  vengono incorniciati da un fiore in primissimo piano il quale si innalza verso l’elicottero che libra in aria sopra di loro, la cui ala, tramite un’illusione prospettica, sfiora la mano del personaggio. Questo ha le mani alzate, dietro di lui un poliziotto nell’atto della perquisizione tocca i fianchi del messicano,  si sovrappone il compatriota, anch’egli con le mani in alto, alle sue spalle un’altro poliziotto. Un immagine drammatica, racconta la storia, non solo dei messicani, sospesa nel sogno.

MEXICO. Boquillas (Border). 1979. Jumping.

“Nel 1979 ho attraversato il Rio Grande dal Big Bend National Park in Texas per visitare il piccolo villaggio di Boquillas, in Messico. Una fiesta stava finendo e c’erano poche persone per le strade. Ho visto due muri dipinti di rosa. Incuriosito, ho portato la macchina fotografica all’occhio. Improvvisamente, un ragazzo, che sembra uscito fuori dal nulla, salta dal muro, la sua ombra sospesa accanto a lui. Sorpreso, sono in qualche modo riuscito a premere l’otturatore, catturandolo così in questo momento di volo

Graham Greene e i suoi libri la vie senza legge, al di là del ponte generarono in Webb  un forte interesse per il confine. Questa è una scena sospesa e silenziosa. Webb non intende rompere i silenzio difatti rimarrà fuori dalla scena, tenendoci con sé dietro quei due muri che fungono da quinta teatrale. Ci introduciamo in un momento solenne, un uomo che salta su un muro bianco mentre danza con la propria  ombra, una sedia abbandonata e dimenticata, l’enigma che si scalda sotto al sole. In molti momenti immortalati da Webb possiamo incontrare i dipinti metafisici di Giorgio de Chirico  fonte d’ispirazione del fotografo fin dalla giovinezza.

 

MEXICO. Oaxaca state. Tehuantepec. 1985. Children playing in a courtyard.

“Girovagavo, semplicemente, lasciando che le mie esperienze con la macchina fotografica mi portassero a fare un salto in avanti come fotografo. Non appena mi avvicinai, uno dei ragazzi fece ruotare la palla sulla punta del dito, e percepì esattamente le forme di quei bambini, le strisce blu sullo sfondo, il blu della palla. Feci alcuni scatti. Poi il momento scivolò via. Mi piaceva l’idea di un bambino di una piccola città del sud del Messico sembrasse avere il mondo che girava sulla punta del dito”

L’ armonia, coerenza cromatica perfetta, tre colori, bianco, azzurro, nero, si ripetono e scandiscono lo spazio. Le strutture architettoniche danno profondità all’immagine, le linee ortogonali sullo sfondo conferiscono una sicurezza geometrica, è uno spazio ricco di risonanze. Il nucleo del nostro campo visivo sono il bambino in prima piano con la sua palla, anch’essa blu, e il bambino in piedi sulla colonna, questi creano una sospensione rendendoci percettibile il rallentamento del tempo.

 

CUBA. Havana. 2000. Children playing in a playground.

“Nella stessa inquadratura esistono questo, questo e questo. Io sono sempre alla ricerca di qualcosa da aggiungere, sapendo che il rischio di mettere troppe cose insieme è il caos totale. Mi muovo sempre lungo questa linea sottile: aggiungere più elementi che posso e fermarmi un attimo prima di toccare il caos

Dei momenti quotidiani, confusi, grossolani e infantili. Una semplice giornata assolata in un parco giochi affollato. Un  groviglio di gambe, braccia, ombre, linee, colori, espressioni e gesti. Una moltitudine di punti di vista, immagini dentro le immagini e inquadrature. Webb, tramite il suo sguardo, si rende conto che non è un semplice groviglio di azioni bensì le stesse creano un intreccio di forme. E’ proprio questa la pretesa  anarchica della vita e la nostra voglia di darle instancabilmente una forma, un senso, un perché, e sapete benissimo che non parlo solo dell’arte, anche perché l’arte è vita e viceversa, ma non mi prolungherò su questo, magari in futuro… Il fotografo decide di abbassare la fotocamera e scattare verso le scarpe del ragazzo, è semplice il motivo, Webb preferisce mostrarci gli indumenti sporchi e rovinati poiché più eloquenti di un volto. Le gambe aperte del ragazzo , uno dei vari varchi che frammentano la composizione, da cui si innalza l’ombra del giovane, spinge il nostro sguardo  al centro dell’azione, dove troviamo le gambe di un altro bambino sull’altalena e le inevitabili ombre. Il nostro sguardo prosegue sul suo cammino caotico, incontra il bambino attorcigliato alla giostra, il suo movimento si incatena nelle forme circolari dei tubi metallici. Quindi la scelta del punto di fuga di Webb non solo ci spalanca l’immagine ma soprattutto l’immaginario.

 

Brooklyn Heights, New York, 11 Settembre 2001

Webb è un artista che cammina, munito di curiosità e pazienza, si muove, guarda , scruta  e si pone domande, ma non problemi, non è lui a cercarli. Questi si trovano nelle scene quotidiane, in ogni luogo in cui non c’è bisogno di rumore o clamore per rendersene conto. Se si fotografa un contesto problematico, e il fotografo sa quello che fa, rimarranno impressi sulla pellicola, saranno loro a mostrarsi. La moglie, Rebecca Web, anche lei fotografa, dice sempre che le sue fotografie sono più sagge di lei. Guardare ci spinge a comprendere intellettualmente. Webb si capacita della condizione esistenziale antropologica di tutti noi tramite il colore. Se vai in Messico, Haiti, Caraibi, ti rendi immediatamente conto dell’importanza del colore nella cultura, se vai a New York vedrai altrettanti colori ma sono pubblicitari, sono differenti e svolgono funzioni diverse. Ma col tempo, con la diffusione forzata della globalizzazione, queste tradizioni, con loro i colori, vanno scomparendo, creando un mondo sempre più omogeneo.

 

– Lady Stardust, La Ragazza su mArte

GRENADA. Gouayave. 1979. Bar.

PERU. Palmapampa. 1993. Mirror vendor on a landing strip.

CUBA. Sancti Spiritus. 1993. Baseball fans.

HAITI. Port-au-Prince. 1987. A memorial for victims of army violence.

MEXICO. Nuevo Laredo, Tamaulipas. 1996.

Street scene.

BRAZIL. Codajas. 1993.

HAITI. Port-au-Prince. 1987. Fires set by anti-election provocateurs.

Le interviste sono di Mario Calabresi per National Geographic e La Repubblica

Questo è il link di Magnum Photos per vedere il resto dei lavori di Alex Webb, https://pro.magnumphotos.com/C.aspx?VP3=CMS3&VF=MAGO31_10_VForm&ERID=24KL53Y_H

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