Ci lascia Germano Celant

critico, curatore, teorico e ideatore.

Ci lascia Germano Celant, all’età di 80 anni, il 29 Aprile del 2020, ucciso dal Covid-19 col quale stava lottando da due mesi in terapia intensiva al San Raffaele di Milano.

Chi era?

Nato a Genova il 29 Aprile del 1940 in una famiglia modesta: padre impiegato in una ditta di import- export; madre casalinga. Sui sedici anni si capacita dell’importanza culturale della città in cui vive: l’arte, in particolare il cantautorato. Presso le cantine e situazioni Underground si fanno spazio artisti tra i quali Tenco, Bindi. De André frequentava lo stesso liceo, Celant lo ricorda come ‘un ragazzo una spanna sopra agli altri’. Per volere del padre si è iscritto a  ingegneria,  a lui non interessava affatto, prendeva brutti voti e si sentiva lontano dal mondo dell’algebra. Lascia il suo indigesto percorso di studi e si iscrive a lettere. Frequentava i Cineforum e passava il tempo tra le sale di biliardo, credeva che fosse un gioco di astuzia e geometria . Avrebbe continuato con quella vita se Renzo Zorzi (lo scrittore) non l’avesse chiamato per partecipare alla progettazione di un libro sul Design dell’Olivetti. Aveva accettato e , cosi, era entrato a far parte di in nuovo mondo.

L’Arte Povera

Alla fine dei ’60, diversamente da un decennio addietro, gli artisti non erano più interessati a raffigurare la tragedia, il brutto,  ricercavano una gloriosa felicità platinata. Queste manifestazioni artistiche presero vita negli Stati Uniti, precisamente nel suo cuore pulsante, la città di  New York, con la Optical Art e soprattutto la Pop Art, nata in Gran Bretagna ed emigrata  sul suolo americano. In antitesi Celant crea un nuovo movimento e ne definisce i princìpi teorici: L’ arte Povera, ha un duplice significato, denuncia l’affinità del movimento con la Minimal Art , indicando i materiali naturali e industriali, e alla matrice concettuale che rifiuta un linguaggio descrittivo. Celant era contrario a una definizione di quest’arte, difatti nell’intervista da parte di Antonio Gnoli per Repubblica affermava “Non invento niente,  ’Arte Povera’ è un’espressione così ampia da non significare nulla. Non definisce un linguaggio pittorico, ma un’attitudine. La possibilità di usare tutto quello che hai in natura e nel mondo animale. Non c’è una definizione iconografica dell’Arte Povera”. Celant adopera alla ricerca di artisti Italiani per la mostra del 1967 alla Galleria La Bertesca di Genova. Emergono i nomi degli artisti: Alghiero Botti con Catasta, una ammasso di tubi eternit; Luciano Fabro aveva presentato l’opera Pavimento, un pezzo di pavimento ricoperto da dei giornali; Jannis Kounellis con il suo sacco di iuta che traboccava di carbone; Pino Pascali esponeva due cubi di terra. Nello stesso anno era stata realizzata la celebre opera di Michelangelo Pistolettola venere di stracci’.

 

Punti teorici

Nello stesso anno Celant propaganda sul bimestrale di arte contemporanea “Flash Art” l’articolo “appunti per una guerriglia”, ho estrapolato una parte dell’articolo che ritengo possa esservi utile per la comprensione: “Là un’arte complessa, qui un’arte povera, impegnata con la contingenza, con I’evento, con l’astorico, col presente, (“non siamo mai completamente contemporanei nel nostro presente” – Debray) con la concezione antropologica, con I’uomo “reale” (Marx), la speranza, diventata sicurezza, di gettare alle ortiche ogni discorso visualmente univoco e coerente (la coerenza è un dogma che bisogna infrangere), la univocità appartiene all’individuo e non alla “sua” immagine e ai suoi prodotti. Un nuovo atteggiamento per npossedere un “reale dominio del nostro esserci, che conduce l’artista a continui spostamenti dal suo luogo deputato, dal cliché che la società gli ha stampato sul polso. L’artista da sfruttato diventa guerrigliero, vuole scegliere il luogo del combattimento, possedere i vantaggi della mobilità, sorprendere e colpire, non l’opposto. Da un lato, quindi, un atteggiamento ricco, perché legato osmoticamente alle altissime possibilità strumentali ed informazionali che il sistema offre, un atteggiamento che imita e media il reale, che crea la dicotomia tra arte e vita, comportamento pubblico e vita privata, dall’altro una ricerca “povera”, tesa all’identificazione azione-uomo, comportamento uomo, che elimina cosi i due piani di esistenza. Un esserci, quest’ultimo, che predilige l’essenzialità informazionale, che non dialoga nè col sistema sociale, nè con quello culturale, che aspira a presentarsi improvviso, inatteso rispetto le aspettative convenzionali, un vivere asistematico, in un mondo in cui il sistema è tutto. Un atteggiamento (che evidentemente non vuoi contrapporsi ad alcuna ricerca particolare, risultando non una corrente, ma un modo di comportarsi, che evita persino la concorrenza, proprio per non cadere nuovamente nell’ integrazione alle leggi del sistema e nel dialogo con lo stesso teso al reperimento del significato fattuale del senso emergente del vivere dell’uomo. Un’identificazione uomo-natura, che non ha più il fine teologico del narrator-narratum medioevale, ma un intento pragmatico, di liberazione e di non aggiunzione di oggetti e idee al mondo, quale oggi si presenta. Di qui l’abolizione di ogni posizione categoriale (o pop –Pop Art- od op –Optical Art -o struttura primaria) per una focalizzazione di gesti che non aggiungono nulla alla nostra colta percezione, che non si contrappongono come arte rispetto alla vita, che non portano alla frattura e alla creazione del doppio piano io e mondo, ma che vivono come gesti sociali a sè stanti, quali liberazioni formative e compositive, antisistematiche, tese all’ identificazione uomo-mondo. L’ avvicendamento da compiersi è dunque quello del ritorno alla progettazione limitata ed ancillare, in cui I uomo è il fulcro e il fuoco della ricerca, non più il mezzo e lo strumento. Luomo è il messaggio, per parafrasare Mac Luhan. Nelle arti visuali la libertà è un germe che contamina ogni produzione. L’artista rifiuta ogni etichetta e si identifica solo con se stesso.” 

Nel 1969 pubblicava il libro “arte povera”.

Carriera come curatore

Dopo la mostra «Off Media», svoltasi a Bari nel 1977, Celant iniziava a collaborare col Guggenheim Museum di New York del quale era diventato senior curator, nel ’94 allestiva ‘Italian Metamorphosis‘, il suo intento era di divulgare l’arte contemporanea italiana oltre i confini. Nel 1996 curava la prima edizione della Biennale di Firenze Arte e Moda, come espressione dinamica di una creatività globale. Nel 1997 veniva nominato direttore della 47ª Biennale d’Arte di Venezia. L’esposizione da lui curata, Futuro, Presente, Passato con la partecipazione di 67 artisti internazionali con intenti differenti. Nel 2013, riceveva  il The Agnes Gund Curatorial Award. E’ stato Direttore artistico e dal 2015 Soprintendente artistico e scientifico di Fondazione Prada, per la quale ha concepito e curato più di quaranta progetti espositivi nello stesso anno aveva curato la mostra Art & Food alla Triennale di Milano, arte e cibo presso Expo. L’ultima mostra da lui curata era Richard Artschwager al Mart di Rovereto. Si trovava all’Armory Show, negli Stati Uniti, dove aveva manifestato i primi sintomi aggravati dal diabete, tornato in Europa è stato ricoverato per due mesi al Raffaello di Milano.

Le parole della Fondazione Prada

“siamo molto addolorati per la perdita di un amico e compagno di viaggio. Germano Celant è stato una delle figure centrali di quel processo di apprendimento e ricerca che l’arte ha rappresentato per noi fin dall’inizio della fondazione. Le tante esperienze e gli intensi scambi che abbiamo condiviso con lui in questi anni hanno contribuito a farci ripensare il significato della cultura nel nostro presente. La curiosità intellettuale, il rispetto per il lavoro degli artisti, la serietà della sua pratica curatoriale sono insegnamenti che riteniamo essenziali per noi e le generazioni più giovani”

 

 –Lady stardust

 

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