Conformarsi, obnubilare la propria individualità, appiattirla e standardizzarla per rifuggire dal suo peso angoscioso.  Suona attuale. Eppure a parlarne è Alberto Moravia, una delle personalità di spicco del panorama letterario italiano del 900, e lo fa nel 1951 in quella che può apparentemente essere vista come la sua opera più politica. Stiamo parlando del “Conformista”, un romanzo a tutti gli effetti definibile come psicologico nel quale convergono due grandi aree di influenza dell’autore, Dostoevskij e il pensiero esistenzialista. Sicuramente non paragonabile al suo capolavoro giovanile “Gli indifferenti”, il libro venne stroncato dalla critica, rimanendo così nell’ombra della sua produzione fino a quando non fu riportato alla luce dall’uscita nel 1970 dell’omonimo e celebre film di Bernardo Bertolucci. Non tra i suoi migliori lavori certo, eppure qualcosa di esso merita di essere salvato, qualcosa di significativo e sempre attuale. Cerchiamo di capire cosa e perché.

La trama
( immagine tratta dal film “il conformista” di Bernardo Bertolucci”, 1970)

La cornice che fa da sfondo agli eventi è il periodo fascista, ma lo scrittore romano più che trattarlo come manifestazione storica lo analizza in funzione delle implicazioni interiori sulla personalità del protagonista, Marcello. Il libro altro non è che la storia della sua esistenza, ne riassume i momenti nevralgici, snodandosi in tre blocchi distinti e andando a comporre un quadro ben definito della sua psiche e del suo particolare rapporto con l’ideologia del regime.I diversi pezzi sono tenuti insieme da una linea direttrice, un filo conduttore che li tiene uniti creando continuità nell’intreccio: la ricerca spasmodica della normalità da parte del personaggio principale. Con essa il romanzo ha inizio, viene descritta la sua infanzia in un’ambientazione che ricalca molto i temi più cari all’autore, la decadenza della borghesia italiana e il suo disfacimento incarnati nella tipicamente atipica famiglia di Marcello. Un padre, di cui si intuisce la prossima pazzia, e una madre, descritta come una “bambina adulta” assolutamente inadatta al proprio ruolo genitoriale, incapaci di crescere il proprio figlio che viene trattato alla stregua di una suppellettile. In questo contesto privo di autorità solide egli muove e agisce, quasi come se fosse conscio dell’effetto distorsivo dell’ambiente esterno sulla sua psiche, dando l’idea una sorta di accumulatore senziente di traumi psicanalitici.

Il tarlo principale che lo corrode è il suo sentirsi diverso, il percepire in sé delle pulsioni irrazionali e violente che perversamente lo attraggono ma allo stesso tempo lo spaventano perché non riesce a rivederle negli altri bambini (in maniera particolare nel suo compagno di giochi). Il primo blocco si concluderà con evento traumatico, l’incontro con l’ex prete pedofilo Lino, che lo condizionerà per tutta la sua vita, andando ad accentuare la morbosa volontà di reprimere la sua individualità.

Quale rimedio più efficace se non quello di confondersi nella generale marmaglia, soffocando il proprio rimorso e la propria sofferenza in quel grande palliativo esistenziale che è la “massa”? E quale migliore occasione per farlo, se non l’avvento del ventennio fascista?

Ed ecco che, da una pagina all’altra, lo ritroviamo cresciuto, da problematico ed energico infante è venuto fuori uno svuotato e malinconico membro dei servizi segreti del regime, in procinto di sposarsi tra l’altro. Ma il tormento che sempre lo perseguita e corrode dall’interno, quello non è cambiato. Marcello trae linfa vitale dal vedersi uguale a chiunque lo circondi, la diversità lo repelle e di conseguenza agisce sempre nel tentativo di amalgamarsi quanto più possibile allo standard dell’uomo medio fascista. La scelta della sua futura moglie, Giulia, una donna qualunque, come ce ne sono tante (almeno all’apparenza), va in questa direzione. L’assegnazione di un compito però sconvolgerà la sua vita, deve uccidere Quadri, un suo ex professore universitario, noto proselita antifascista. Una personalità controversa, caratterizzata da un paradossale mix di umanitarismo e cinismo, che incarna (non senza un velo di scherno e ironia) lo stereotipo dell’intellettuale sovversivo. La faccenda avrà luogo a Parigi e coinvolgerà numerosi nuovi personaggi come il sempliciotto Orlandi (dall’iconico motto “tutto per la famiglia e per la patria”) e l’eccentrica Lina, moglie di Quadri, il cui nome non è sicuramente casuale.

Lo stile

Lo stile rientra nel canone tipico di Moravia, una prosa semplice e lucida in questo accumunata da quella di un altro grande romanziere esistenzialista italiano, Dino Buzzati. Il ritmo tende però a ricadere verso una monotonia che solo raramente viene spezzata da riflessioni in cui lo scrittore spinge il piede sull’acceleratore, alzando l’asticella verso un marcato lirismo decisamente più toccante.

Grande pecca del romanzo è l’eccessiva macchinosità dell’intreccio, vittima forse della velocità con cui è stato scritto. La naturalezza del tessuto narrativo viene spesso meno, troppe volte pare vistosamente piegata alla volontà dell’autore che sembra manipolare gli eventi per farli andare laddove egli vuole che vadano. I comportamenti dei personaggi in primis appaiono esagerati, inadatti a quella che fino a quel momento era stata la loro caratterizzazione, compromettendo così la loro spontaneità. Ma parte di ciò che il libro perde in coerenza lo recupera nello scavo psicologico compiuto sul protagonista.

 
( immagine tratta da il film “il conformista” di Bernardo Bertolucci, 1970)
IL punto di forza

Marcello è un personaggio monumentale, uno di quelli che riescono a stare in piedi da soli. La sua complessità affascina, il paradosso insito nella differenza tra quello che è e quello che fa emerge con chiarezza nel corso della storia. Non è il conformista cantato da Gaber che “che vola sempre a bassa quota in superficie poi sfiora il mondo con un dito e si sente realizzato” semmai il suo esatto opposto. Le sue riflessioni non riguardano la superficie ma toccano il significato più intimo delle cose, o meglio il loro non-significato, l’assurdità dell’esistenza e allo stesso tempo l’inesorabilità del corso degli eventi. Emblematiche in tal senso sono due epifanie con le quali viene paragonato prima a una fiamma – “Ecco… io sono come quel fuoco, laggiù nella notte… divamperò e mi spegnerò senza ragione, senza seguito… un po’ di distruzione sospesa nel buio” – e poi ad un filo – “egli era un filo, nient’altro che un filo di umanità attraverso il quale passava senza posa una corrente di energia che non dipendeva da lui accettare o negare”.

Posto quindi che Marcello un sempliciotto non è, come spiegare il suo volersi appiattire, la sua morbosa ricerca dell’appartenenza al gregge?

La ragione rimane alquanto oscura, una motivazione potrebbe essere la percezione della sua diversità come di una colpa della quale espiarsi. Ma questa è riconducibile ad una causa ancora più profonda, la malinconia connaturata al protagonista. Una tristezza misteriosa che lo rende “mancante di allegria, come certi laghi che hanno una montagna molto alta che si specchia nelle loro acque parando la luce del sole e rendendole nere e melanconiche” e che lo porta a ricercare una cura nella dispersione del proprio io in un “noi” svuotato ma confortevole. Però volerlo è una cosa, riuscirci ben altra faccenda. Analogamente al destino di Sisifo nei meandri del Tartaro, anche Marcello è costretto a sopportare un peso sovraumano del quale si vuole liberare, il peso della sua anormalità. Ma, come nel mito il masso è destinato a rotolare giù una volta portato sulla sommità del monte rendendo inutile la fatica, così i tentativi del protagonista sono destinati ad un reiterato fallimento. La tanto agognata normalità rimarrà sempre un miraggio, perché chi la guarda dall’esterno, normale non riuscirà mai ad essere.

Ecco cosa salva il romanzo, cosa ci permette di chiudere un occhio davanti ad un valzer di eventi macchinosi che troppo lievemente nascondono l’ingombrante braccio dell’autore. Lo spessore del protagonista, nonché la sua ricerca ostinata e infruttuosa che fa di Marcello un valido antieroe moderno e contemporaneo; questo rende il libro meritevole di essere letto.

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Di: Rogožin  

( immagine di copertina – “il conformista”, Alberto Moravia, Mondatori, cover “Fantasia” di Mario Mafai)

 

 

 

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