Sarà pur certo capitato a tutti di attendere, aspettare con ansia un evento futuro nel quale riporre le nostre speranze, la nostra completa realizzazione. Chi magari lo fa per combattere la tediosità del presente, chi perché tanto la vita è lunga, un pezzo di essa è sacrificabile. La gallina promessa domani è cosa ben più grande dell’uovo che potrebbe essere nelle nostre mani oggi, se solo lo si volesse. Infine l’evento arriva, ma c’è un problema, non è come lo avevamo immaginato. L’attesa lo ha gonfiato ai nostri occhi, quello che giunge a noi è una gallina smunta e rinsecchita, che di uova non ne fa. Questa volta è andata male. Pazienza, di occasioni ne abbiamo tante, altro giro altra corsa. Ma la disillusione inizia a crescere.

Ed è così che il tempo ci frega, silente ci trasporta sfruttando l’illusione dell’eternità delle nostre possibilità. Pian piano ci conduce sul nostro passo, scaglione dopo scaglione, evento dopo evento, mentre ignari avanziamo. Fino al punto in cui non ci rendiamo conto dell’inganno e lo imploriamo di darci una tregua, di prendersi una pausa dal suo ingrato lavoro. Allora impuntiamo i piedi, decisi a non avanzare. Lui però umano non è, non può scalfirlo né pena, né commiserazione. Solerte come un burocrate svolge il suo compito, ci afferra per la collottola se deve, trascinandoci sempre più avanti mentre noi tentiamo disperatamente di resistergli. Ma si sa, il tentativo è vano.

Tempo, attesa e oblio, questi i temi principali nel masterpiece dello scrittore italiano Dino Buzzati, il “Deserto dei Tartari”. Un libro scritto nel 1940, basandosi sulla sua esperienza maturata nella redazione del “Corriere della sera”. Un’opera abbastanza semplice all’apparenza, all’inizio anche sottovalutata. Considerata per molto tempo dalla critica italiana come letteratura di serie B, non certo degna della nomea di “classico”, fu poi giustamente oggetto di una seria rivalutazione, che ha portato alla luca il suo autentico valore, i suoi molteplici piani di lettura e la profondità delle sue allegorie.

( Dino Buzzati, Olympia, presa dal “Corriere Della Sera” )
La trama

Il protagonista è Giovanni Drogo, un giovane dall’imprecisata età, che è appena stato nominato ufficiale. Dopo anni sacrificati allo studio si appresta finalmente a godersi la “ vita vera”, quella che a lungo si era prefigurato come il momento più gratificante della sua esistenza. Viene però assegnato ad un luogo di confine, una misteriosa fortezza dimentica del tempo, collocata su un’impervia altura, lontana da tutti e da tutto. Fortezza Bastiani il suo nome. Essa affaccia su una sconfinata e desolata piana, il cosiddetto “deserto dei Tartari”. Leggenda vuole che vi risieda un antico avamposto della mitica armata dei “Tartari”.

Drogo inizialmente restio al suo compito assegnato e deciso ad andarsene quanto prima, rimarrà conquistato dal magico e surreale fascino del posto. Si allontana così sempre di più dalla società, recidendo progressivamente il cordone ombelicale che lo lega alla città natale. Nuove persone si affacceranno alla sua vita, il disilluso generale Ortiz, l’”aristocratico” Angustina, il perfido e ipocrita Simeoni e tanti altri ancora. Comincerà anche lui, come molti dei suoi compagni d’arme, a covare dentro di sé la speranza di un’impossibile invasione, trasformandola nel senso stesso della sua esistenza. Ma è veramente così impossibile?

La fuga “del” e “dal tempo”.
( “Il deserto dei tartari”, film di Valerio Zurlini )

Con il giungere alla fortezza Bastiani, inizia l’inevitabile “fuga del tempo” di Drogo. Un giovane che ha vissuto fino adesso aspettando che arrivino gli anni migliori, si presta così ad un ulteriore e maliziosa attesa, quella di un destino eroico, l’invasione dei tartari. Egli stesso si rende conto di quanto vana sia la speranza che cova dentro di sé, di quanto sia inutile il suo passivo indugiare. Ma non può farci nulla, proprio perché giovane è convinto di avere molto tempo a disposizione, pensa di poter aspettare ancora per iniziare a vivere veramente. Il percorso che crede di vedere davanti a sé gli sembra così lungo da non poter neanche concepirne una fine, quindi che senso ha affrettarsi?

Ma gli istanti uno ad uno si succedono con irrefrenabile costanza, passano giorni, mesi e anni. Così si ritrova irrimediabilmente invecchiato. Via, il tempo è fuggito, chi riesce più a raggiungerlo? Quando si rende conto di quello che è successo è troppo tardi, tornare indietro non è possibile e l’unica strada alternativa aperta è quella del rimpianto. Sceglie allora di continuare a sperare, i tartari possono ancora arrivare, dopotutto.

Troppo a lungo vi siete ostinati a sperare, il tempo è stato più svelto di voi, e non potete ricominciare

Ma perché allora la “fuga dal tempo”?

Per Drogo, come per tutti, il tempo fugge, è vero. Ma scegliendo di vivere nella Fortezza il protagonista si estrania completamente dalla società, dai suoi meccanismi e logiche, negative o positive che siano. Di certo cambia il suo modo di vederle. Gli sembrano vacue le occupazioni che impegnano costantemente gli uomini di mondo, quasi avesse assunto il punto di vista di un Seneca ( paradossalmente ) o di un Pascal. Pur non essendo di natura riflessivo, a suo modo si accorge del futile “divertissement” che impera nel mondo civile, quando è costretto per un breve periodo a ritornarci. Ormai lui è troppo lontano da tutto ciò. Sembra quasi preferire la monotonia della routine militare a tali vuote occupazioni. Almeno lui ha qualcosa di degno in cui sperare, un destino eroico potrebbe attenderlo. Gli altri, in fondo, quale evento futuro possono attendere con ansia? Un matrimonio, dei figli magari? Il confronto non regge.

E cosi Drogo fugge dal tempo, dal “tempo civile”, quello che prevede un’evoluzione del proprio ruolo nella società e che muta profondamente ciascun individuo. Lui invece, lontano in quella che è ormai la sua roccaforte, rimarrà bene o male invariato.

La stessa fortezza, la stessa routine, le stesse speranze.

L’attesa

Aspetta quindi Drogo, aspetta l’invasione dei tartari, la guerra, un destino eroico degno delle sublimi vette della fortezza Bastiani. La roccaforte difensiva è permeata da questa oscura speranza. La sua sola vista comunica come per magia la possibilità di futuri eventi straordinari, incantando a livello inconscio i nuovi arrivati e gettandoli nel perfido limbo dell’attesa.

“Era l’ora delle speranze e lui meditava le eroiche storie che probabilmente non si sarebbero verificate mai, ma che pure servivano a incoraggiare la vita.”

I leggendari Tartari diventano così l’allegoria del “bello della vita”, di quel qualcosa che mettiamo sempre avanti a noi, per il quale possiamo far scivolare via il nostro presente in vista del suo possibile e gratificante arrivo. Tutte le apparentemente inutili azioni da routine, tutto lo zelo privo di significato nei turni di vedetta dei soldati, acquisiscono in questo modo una nuova luce. La costante “attesa della vita” si trasforma progressivamente nella vita stessa. La fortezza diventa così metafora dell’esistenza, una gabbia che ciascun uomo costruisce intorno a sé, da cui mai potrà scappare.

Angustina è l’unico tra tutti i personaggi a non aspettare passivamente che il proprio destino si compia da sé.  A crearlo, a realizzarlo, è lui. Si getta sul primo evento opportuno che gli capita, caricandolo di forza tragica, in uno dei capitoli più suggestivi del libro.

L’oblio

L’ estraniazione dalla vita mondana trascina gradualmente Drogo in una condizione di oblio sempre più profonda. Un oblio che trova nutrimento nella sua perenne solitudine. Non è solo nella fortezza, è vero, ma è come se lo fosse. Non riesce ad intraprendere nessuna reale amicizia se non con il colonnello Ortiz. Ma il rapporto è contaminato dalla sorte comune. Non riescono a comunicare la loro reciproca intimità, è più un legame basato sul non detto, sugli sguardi. Ortiz si rivede nel giovane Drogo, proprio come quest’ultimo, in seguito, rivedrà sé stesso nel neo-arrivato Moro.

Quando, grazie ad una licenza concessa, il protagonista ritorna in città, prova a cercare tutti i suoi vecchi compagni. Riprendere i rapporti con loro gli è però impossibile, troppa è la distanza fisica e figurativa che si è infrapposta tra loro. Vaga allora come uno straniero, in una realtà che più non gli appartiene. L’ansia di non poterla riacciuffare comincia a manifestarsi, inizia a capire che “tutto il mondo dunque viveva senza alcun bisogno di Giovanni Drogo”. Il suo passo su questa terra sembra dunque destinato al dimenticatoio, all’oblio.

.“forse è tutto è così, crediamo che attorno ci siano creature simili a noi e invece non c’è che gelo, pietre che parlano una lingua straniera, stiamo per salutare l’amico ma il braccio ricade inerte, il sorriso si spegne, perché ci accorgiamodi essere completamente soli

La fortezza Bastiani, una “Montagna Incantata”

Il confronto tra le due opere mi è sembrato inevitabile. Il destino di Drogo assomiglia in qualche modo a quello del sempliciotto Hans Castorp, protagonista del capolavoro di Thomas Mann, “La Montagna Incantata”. Anche egli è nel fiore degli anni, all’inizio del romanzo giunge però, non in una fortezza militare, bensì in un remoto sanatorio svizzero per tubercolotici di nome Berghof, situato sulle Alpi. Inizialmente vi si reca per trovare il suo cugino malato Joachim, rimarrà però molto più a lungo delle appena tre settimane previste.

L’ esperienza lo muterà profondamente e l’“aria della montagna” trasformerà il protagonista, da mediocre borghese di “pianura”, in un “pupillo della vita”. La metamorfosi anche se paragonabile come processo in sé, è però ben diversa da quella di Drogo. Non una solitudine sempre più marcata attende Castorp, ma una nuova disposizione di coscienza, un’inedita apertura mentale nei confronti della scienza, della pittura e delle arti uomo ingenerale. Un cambiamento radicale della sua persona insomma.

Ma ad essere simile è il concetto di “tempo della vita”, che all’insegna della teoria bergsoniana è percepito come diseguale, cangiante a seconda della situazione. La noiosa e ripetitiva routine del sanatorio (proprio come quella della fortezza) sembra accorciare il tempo. Un insieme di istanti uguali e reiterati, passati nell’attesa di un evento, creano una grigia massa informe di tempo che “inghiotte” il passare dei mesi e degli anni, rendendolo impercettibile.

Affine è anche l’effetto che la montagna (sulla quale il sanatorio è collocato) e la fortezza Bastiani esercitano sui rispettivi personaggi. Un vero e proprio “incanto” che stravolge il loro essere a livello inconscio, creando un forte contrasto con il mondo civile da cui provengono e da cui entrambi si allontaneranno sempre di più.

( “La Montagna incantata”, Thomas Mann, Il Corbaccio )
Il bilancio

“Il deserto dei Tartari” merita il titolo di classico, per la sua semplicità, per la sua atmosfera surreale e per la chiarezza della sua allegoria. La permanenza di Drogo nella fortezza richiama la condizione del giornalista sempre in attesa dello scoop sensazionale. Si basa infatti sulla personale esperienza dello scrittore. Ma può tranquillamente essere estesa a condizione esistenziale di qualsivoglia uomo, che viva egli solo, recluso in una remota roccaforte, o che partecipi alla vita mondana attivamente, attorniato da una pletora di amici e conoscenti.

 

Ma è interpretabile come un insegnamento? Come una drammatica esortazione al “carpe diem”, a cogliere l’attimo ed evitare di vivere aspettando? Su tutta l’opera grava un’aria tetra, magica e surreale sì, ma pur sempre tetra, soprattutto nel finale. Non sembra esserci un valido escamotage per contrastare la fuga del tempo. Il rapporto che lega Ortiz a Drogo e quest’ultimo a Moro ad esempio indica l’eterno perpetuarsi di questa condizione umana. Anche la vita di mondo sembra contagiata dal morbo dell’attesa e il raggiungimento di determinati obbiettivi viene sempre descritto con una nota di sarcasmo. L’attesa sembra connaturata all’uomo e l’oblio quasi inevitabile.

Di: Rogozin

voto:

( immagine di copertina – “Il deserto dei tartari”, Dino Buzzati, Oscar Mondadori)

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