Timshel. “tu puoi”. In poche parole, libero arbitrio. In questa piccola frase è condensato tutta “La valle dell’Eden”, la vera opera magna dello scrittore americano e premio nobel John Steinbeck. Tempo al tempo, si capirà la sua rilevanza, lontana dal limitarsi a professare unicamente la libertà delle azioni umane dal condizionamento divino.

L’opera

“La valle dell’Eden” viene considerato dall’autore stesso come l’apice del suo lavoro, ritenendolo persino superiore ai suoi più famosi “Furore” e “Uomini e Topi”. In un certo senso si può vedere come un calderone (un grosso calderone, sono infatti circa 750 pagine) nel quale convergono tutti i temi cari all’autore sul sottofondo dell’ambientazione caratteristica dei suoi romanzi, l’America rurale e i suoi rigogliosi campi coltivati. In questo caso particolare è la californiana Salinas valley, nella quale egli è nato ed è parzialmente vissuto.

Questo libro non fa che confermare ciò che avrebbe dovuto essere chiaro già dai suoi precedenti lavori, Steinbeck non si limita alla cronaca di povertà e sfruttamento, alla denuncia sociale. Parla di uomini dicotomici divisi tra egoistici istinti animaleschi che li trascinano verso l’autodistruzione e moti spontanei di grandezza che li spingono ad una sorta di fratellanza universale. Esprime la passionalità,  l’impulsività che sovente guida ciascuna delle loro azioni. Descrive il rapporto simbiotico dell’uomo con la terra e il valore intrinseco di quest’ultima. Ma soprattutto rende note le drastiche conseguenze delle carenze affettive, i tragici effetti che ne derivano.

parte del libro è stato oggetto di trasposiziome cinematografica nel 1955, il film “La valle dell’Eden” di Elia Kazan
La trama

La storia altro non è che una doppia saga familiare, che accosta all’inventata famiglia Trask, quella realmente esistita degli Hamilton, da cui proveniva lo stesso autore. Le vicende si snodano a cavallo di due secoli, andando a ricoprire quell’intervallo compreso tra la guerra di secessione e la prima guerra mondiale. Attraverso un intreccio semplice ma affascinante verranno portati alla luce numerosi personaggi, diversi per spessore e appartenenza ma ugualmente meritevoli di attenzione. Uno di essi, Samuel Hamilton, nonché nonno dell’autore, farà da tramite alle due famiglie, influenzando con la sua aurea positiva i comportamenti individuali dei singoli componenti. La controparte che equilibra la bilancia del bene e del male è la moglie di Adam Trask, la perfida Cathy Ames personificazione di Lilith e Satana allo stesso tempo.

Stile

Steinbeck offre una valida alternativa allo sperimentalismo diffusosi nel 900 come una peste, nel bene e nel male,  all’interno del campo letterario. Alla destrutturazione del tessuto narrativo egli oppone un intreccio semplice, regolare ma affascinante. Alla magmatica prosa dei modernisti (come Joyce o il connazionale Faulkner) replica con una scrittura chiara e diretta, che centra il punto senza troppi preamboli.

Le sue descrizioni sembrano fotogrammi, non perché siano particolarmente dettagliate ma perché i termini usati sono sempre evocativi, essenziali ma carichi di forza immaginifica. I paesaggi della rigogliosa California vengono raffigurati con destrezza evitando di riportarli attraverso una farraginosa elencazione di particolari. L’unica eccezione vale forse per i tecnicismi inerenti all’agricoltura, nel quale spesso e volentieri si prodiga.

Le parti migliori rimangono i dialoghi, che vanno dalla banale colloquialità quotidiana, spesso rozza, a discorsi astrusi ed enigmatici, riportati però con estrema semplicità. Sono carichi di emotività ed esprimono le personalità dei personaggi meglio di quanto facciano le descrizioni del narratore. I discorsi che si svolgono tra Adam, Samuel e Lee ne sono un perfetto esempio.

La risonanza biblica

Il titolo è già di per sé esplicativo, rende chiari gli evidenti richiami biblici contenuti nella vicenda. Non è una novità, era già successo in “Furore” dove l’esodo verso la terra promessa si trasforma nel disperato peregrinaggio della famiglia Joad verso la California, una terra promessa sì, ma da un ingannevole “dépliant” pubblicitario. Nel caso di questo libro invece, che sarà meglio ricordare all’occasione col titolo in lingua originale “East of Eden”, Steinbeck è debitore nei confronti del testo sacro per quanto riguarda la famosa vicenda di Caino e Abele. La valle di Salinas diventa così la terra di Nod, il leggendario paese situato a est dell’Eden nel quale Caino e la sua stirpe saranno condannati a vivere, dopo il fratricidio. In questo luogo i Trask e gli Hamilton verranno a contatto, coinvolgendo nella rete di eventi personaggi esterni ma non per questo secondari, come il fedele servitore cinese Lee.

A e C

La tragica vicenda dei due fratelli si riflette come una maledizione sulla famiglia Trask. Prima su Adam e Charley, segnati da un rapporto conflittuale col padre che non nasconde una palese preferenza nei confronti del primo figlio. Il fratricidio verrà qui sfiorato, ma il complesso tema della mancanza di affetto paterno ritornerà nella generazione successiva, quella rappresentata dai figli di Adam. Sono Aron e Caleb a reiterare il paragon biblico. Di nuovo un nome che inizia con la A e uno con la C, non un buon segno. A loro verrà dedicata la parte finale del romanzo, che chiuderà un ciclo fatto di invidia, gelosia, rabbia cieca come anche di spontanea bontà, ingenuità e benevolenza. Bene e male si sfidano quindi in un prolungato braccio di ferro di stampo manicheista.

Bene e Male

“C’è qualcosa di oscuro in questa valle. Non so cosa sia, ma lo sento. A volte in un giorno così sereno che abbaglia, lo sento che oscura il sole e ne spreme la luce come fosse una spugna”

Bene e male, tutto si riduce a questo, è lo stesso autore a dirlo. “Abbiamo solo una storia. Tutti i romanzi, tutta la poesia, si reggono sull’infinita lotta, in noi tra bene e male”. Apparentemente i personaggi sembrano schierarsi alcuni da una parte, altri dall’altra. Alla luminosa figura di Samuel Hamilton si contrappone la crudeltà di Cathy Adams, una cattiveria “deviata”, ingiustificata. Nel mezzo si schierano tutti gli altri, chi più vicino ad un estremo, chi all’altro. Ma questa dicotomia si riferisce sopratutto all‘interiorità di ciascun personaggio e soprattutto a quella di Caleb che avverte dentro di sé i contrastanti influssi che condizionano le sue azioni.

Egli, come gli ricorda Lee, è infatti eternamente diviso da pulsioni opposte, “a volte cattivo, a volte estremamente generoso… Dalle abitudini luride e dai pensieri insolitamente puri”. Diventa così il rappresentante di una visione generale dell’uomo che caratterizza molti dei personaggi partoriti dalla mente di Steinbeck. Il problema è che Caleb, come molti di noi, si lascia trascinare dalla scia distruttiva dell’autocommiserazione. Percepisce di essere abietto e nella volontà di compatire sé stesso si crede impossibilitato ad evitare la crudeltà. La via d’uscita è unica, c’è solo una soluzione e questa non può essere altro che Timshel, “tu puoi”.

James Dean intrepreta Caleb Trask nel film di Elia Kazan
Uno stravagante ma fedele servitore

La frase viene posta in evidenza da Lee, un personaggio che merita un breve approfondimento.  È il fedele servitore della famiglia Trask, un cinese apparentemente ignorante a causa del suo pigdin, il linguaggio caratteristico della comunità cinese americana, una stramba commistione di lingue.

“Lee. Ma io più nomi. Lee nome famiglia padle. Chiama Lee”

In realtà è molto colto, parla un americano perfetto, però comprende che la gente vuole vedere solo quello che si aspetta. Se un americano vede un cinese, beh allora per lui quello deve per forza parlare il pingdin. Lui non fa che adeguarsi, nascondendosi dietro lo stereotipo. Cambierà però, grazie all’influsso di Samuel Hamilton che con acuta saggezza lo convincerà del suo errore. Di conseguenza non avrà più paura di mostrarsi per come è davvero, un intellettuale a tutti gli effetti, con un sogno nel cassetto, quello di aprire una libreria a San Francisco.

Timshel

Samuel, Adam, Lee discuteranno della vicenda biblica di Caino e Abele, chiedendosi perché, pur essendo molto breve, sia rimasta impressa così a fondo nell’animo umano. “Penso che sia la storia più famosa del mondo perché è la storia di tutti. Credo che sia il simbolo dell’anima umana… il peggior terrore di un bambino è quello di non essere amato, il rifiuto è per lui l’inferno” afferma Lee, ma l’interrogativo sulla  interpretazione del testo è ancora in gran parte irrisolto. Secondo lui ad essere determinante è il significato di una parola ebraica in particolare, Timshel.

Le traduzioni inglesi ufficiali la riportano o come tu lo dominerai” (il peccato), che implica quindi una certezza predeterminata, o come “E tu dominalo” che nasconde un ordine perentorio. Ma, come scoprirà Lee grazie all’aiuto di emblematici saggi cinesi fumatori d’oppio, quella corretta è una ancora inedita, ovvero “Tu puoi”. “Tu puoi” dominare il peccato dice Jaweh a Caino quando perplesso si chiede perché Abele goda del suo favore a differenza sua.

“Tu puoi, tu puoi. Che trionfo! È vero che siamo deboli, malati e bizzosi, ma se fossimo solo questo, saremmo scomparsi da tempo sulla faccia della terra…Ma la scelta Lee, la scelta di vincere! Non l’avevo mai capita né accettata prima.”

La scelta di vincere

“Tu puoi” implica la libertà delle proprie azioni, libertà non solo dall’influsso divino ma anche dall’idea che l’uomo costruisce di sé stesso. Caleb è convinto di essere votato al male, si è fatto un’idea della sua persona dalla quale non crede di poter sfuggire. Invidia il fratello Aron che con la sua ingenua bontà è in grado di suscitare simpatia e affetto da parte di chiunque, uno su tutti il padre Adam che sembra venerarlo. La sua intelligenza gli consente di rendersi conto di questa gelosia e ciò contribuisce ad una visione negativa di sé.  Visione che è ulteriormente condizionata dal suo sentirsi parte di progenie diabolica, contaminata dalla crudeltà della madre Cathy, incarnazione del male. Timshel è l’unica cosa che può cambiare le sorti della battaglia interiore, l’unica possibilità di fuga dalla scia di autocommiserazione che sovente nasconde un’esaltazione del vizio sulla virtù.

 

“La valle dell’Eden” è il vertice della narrativa steinbeckiana, il sunto della sua poetica e visione del mondo. In esso prendono forma individui in costante evoluzione, destinati a rimanere impressi nella mente del lettore. Il costante riferimento simbolico alla Bibbia, a partire dai nomi della gran parte dei personaggi, crea un gioco di simboli affascinante. Una lettura coinvolgente e resa tale dalla percezione di una palese empatia del narratore nei confronti dei suoi protagonisti, una partecipazione emotiva che non ha nulla a che vedere con l’asetticità e obbiettività tipica degli altri scrittori realisti. Un’ opera  dalla mole considerevole che ha però come fulcro un’unica e semplice parola: Timshel

Di: Rogozin( immagine di copertina presa dal libro “la valle dell’Eden”, Oscar Mondatori)

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